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L’orgoglio di Penelope

Ogni giorno, quattro volte al giorno, passo davanti ad un mulino. Non è niente di romantico e visivamente attraente. Un cancello celeste, alto e un intenso profumo di farina e pop corn e polenta.

Quando sono al lavoro il mio nome è Penelope.
Me lo sono data da sola perché il mio compito non scritto è fare qualcosa, proporre soluzioni o attività e crearne esempi e produrre visioni, per poi cambiarle, modificarle, cancellarle.
Come la più famosa Penelope, tesso una trama attraverso un ordito e poi la disfo e ricreo un altro disegno.
Lei lo faceva la notte, per eludere i Proci; io lo faccio di giorno, per venire incontro alle decisioni aziendali e al mio contratto.

Di tutto questo non mi lamento, se non per la lentezza nella produzione. I tempi dello scrum sembrano finiti per me, proprio ora che mi ci stavo abituando. A guardare la situazione con lucidità, dovrebbe essere un vantaggio, perché con l’avanzare dell’età sono molto più lenta a fare ogni cosa, anche a pensare.
Eppure deve esserci ancora un rimasuglio di orgoglio dentro di me che mi fa soffiare dalle narici ogni volta che il mio capo corregge ampiamente un mio testo, stravolgendone il contenuto e cambiandone la forma, e poi decide di pubblicarlo a mio nome, persino con acclamazione pubblica per il mio lavoro ben fatto.

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