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COmplice

Equilibrio ed eleganza: complicato e semplice.
Nella mia libreria ci sono diversi libri di Hermann Hesse. A due di essi tengo particolarmente.

Il primo è il Gioco delle Perle di Vetro. L’ho iniziato e reiniziato innumerevoli volte, senza mai finirlo. Il fatto è che non mi importa molto della trama, delle avventure della vita che aspettano il giovane Knecht, dei monaci, del Magister Ludi e di tutto il resto.
A me piace la non descrizione del gioco.
Nel romanzo le regole del gioco non vengono mai spiegate chiaramente,  ma si intuiscono come una bianca nuvola di fumo ed io di esse ho una visione simile ai cassetti dei miei archivi in metallo la notte, quando sogno e devo riorganizzare i pensieri.
Il gioco si basa su una sintesi di tutto lo scibile umano: le mosse dei giocatori, che seguono regole estremamente sofisticate, consistono nello stabilire relazioni fra soggetti apparentemente lontanissimi fra loro come, ad esempio, un concerto di Bach e una formula matematica. Una geniale fusione di pensieri tra matematica, religione, musica e filosofia.
Io me lo immagino con le biglie di vetro ma allo stesso tempo come uno Jumanjii o delle complesse parole crociate che comprendono odori, spartiti musicali e movimenti nello spazio, nel vuoto e nel tempo.
Nel romanzo i pezzi di vetro non si usano più. Si legge che nel gioco, ai suoi esordi, essi rappresentavano un modo per indicare combinazioni astratte, in sostituzione di lettere, numeri, note musicali o altri segni grafici (v. Leibniz e i suoi tentativi duecento anni prima ), ma poi sono diventati obsoleti, perché il romanzo è ambientato nel futuro, in un luogo che si chiama Castalia, che nella mia testa è una specie di Tibet. Ma nella mia testa, appunto.
Quindi chi ci gioca usa altro: pensieri o… pallottolieri!
Dicevo, il gioco si basa su delle strategie. Pare che Hesse avesse preso spunto dal gioco cinese del Go, in cui la difficoltà consiste nel trovare un equilibrio tra necessità opposte: disporre su una scacchiera delle pietre vicine tra loro per permette di rafforzarle a vicenda ed evitarne la cattura e allo stesso tempo disporle sufficientemente distanti per creare influenza su tutta la scacchiera.

Quello che poi mi diverte del gioco del romanzo di Hesse è che non si parla di vincita ( io non amo le competizioni ), ma del piacere nel giocare, come quello provato da chi ascolta la musica che gli piace o da chi ammira un’opera d’arte o l’eleganza in matematica.

Il secondo libro, tra i miei preferiti di Hermann Hesse, è la Favola d’Amore, da lui stesso illustrata ad acquerello e dedicata alla sua seconda moglie, Ruth. Una fiaba d’amore, gaia e luminosa, che ricorda come la vita sia l’oscillare tra due poli e che da tale tensione, fantasia e trasformazione essa nasce. Come l’amore.
Questo è un libro che fa chiarezza.
E’ un libricino. Io ce l’ho nell’edizione di Stampa Alternativa. Bello anche al tatto, con le pagine di carta spessa, la copertina ruvida.
Soundtrack: Beck

Citazione.
Hermann Hesse in Psychologia Balnearia.
“Vorrei trovare un’espressione per la dualità, vorrei scrivere capitoli e frasi dove fossero sempre visibili contemporaneamente canto e controcanto, dove accanto ad ogni varietà vi fosse anche l’unità, accanto ad ogni scherzo la serietà. Perché solo in questo consiste la vita, nel fluttuare tra due poli, nell’oscillazione tra i due pilastri portanti del mondo. Vorrei con gioia far vedere sempre la beata varietà del mondo ed anche sempre ricordare che al fondo di questa verità vi è un’unità.”

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