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Le Chateaubriand a Parigi

 

Sabato sera ho cenato in un gradevole bistrò parigino.
Per arrivare al ristorante abbiamo preso la linea del metro Goncourt e siamo scesi a Parmentier, cioè la stazione che porta il nome di un tale che per primo scoprì la piacevolezza e le proprietà della patata. Sembra una bufala, ma veramente il nutrizionista farmacista francese Antoine Parmentier si dedicò alla fine del 1700 allo studio di questo vegetale e attualmente nella stazione di Parmentier è presente un piccolo museo a lei dedicato.
Quello che rende tuttavia la serata di cui vi sto per parlare interessante, non è la vicinanza alla metro, nè il fatto che la prenotazione anticipata di diversi giorni è necessaria e ci ha permesso di trovare un tavolo solamente alle ore 22.00, quanto piuttosto il fatto che si trattava di uno dei migliori ristoranti al mondo.

Le Chateaubriand dello chef Inaki Aizpitarte, uno spagnolo di origini basche formatosi come muratore e giardiniere

Le Chatelaubriand è stato indicato al 21esimo posto della classifica 2015 di San Pellegrino e Acqua Panna. Il 16 giugno 2016 uscirà la nuova classifica. Il nome francese indica, nella cucina internazionale, la testa di filetto di manzo di circa 500/600 grammi utilizzata per due porzioni: cotto intero, in padella con burro e portato al punto di cottura richiesto dal cliente.
Quando Henri mi ha proposto questo ristorante ne sono stata contenta ma ancora non ero entusiasta della scelta. Non immaginavo che avrei avuto un’esperienza così interessante.
Il ristorante è arredato semplicemente, con qualche specchio sulle pareti bianche e il menu scritto con il gessetto su un’enorme lavagna appesa sul lato corto della sala. Ci ha accolto una ragazza magra e sorridente, con un pearcing alla narice del naso, i capelli castani raccolti, giacca e grembiule lungo bianco che copriva i jeans e delle pesanti scarpe da punk anni 80, che ci ha fatto accomodare ad un tavolino su una fila laterale, per mia gioia, visto che le voci erano tante, il rumore molto e soprattutto la posizione era privilegiata per sbirciare nella cucina, oltre il bancone e su tutte le persone presenti.

Chateaubriand
Il mio impermeabile e il cappello di Henri

Menu fisso

Non ho compreso tutte le descrizioni di quanto ci è stato servito. Di certo c’erano 70 euro, a cui aggiungere un vino a portata, se gradito: quattro entrée, due main courses, dessert o formaggi, caffè.
In generale ho trovato il menu fantasioso e sorprendente. Mi è piaciuta la scoperta di alcuni sapori per me completamente nuovi e l’accostamento tra una portata e l’altra.
La carta dei vini era enorme, un librone di una cinquantina di pagine rilegato con due graffette e ricoperto in pelle. Una botola sulla mia sinistra si apriva come la stiva di una nave dietro al bancone in mezzo ai piedi di chi scaraffava il vino: si intravedevano piastrelle bianche e damigiane.

L’esperienza del ristorante, stellato o meno, è per me spesso interessante: mangiare non è solo dare benzina al corpo, ma molto più spesso è anche godere dei sensi, dalla vista al tatto al gusto ovviamente.
Alcuni antipasti prevedevano l’uso delle mani: le palline al formaggio con semi di papavero, lo shot di ceviche, fresco nelle ciotoline di ferro e piccante di peperoncino e cipolla, la cialda di gamberetti e maionese con spolverata di fruit passion. Gustoso anche il pesce su crema di burro e robinia.

Nulla era sbavato e le composizioni erano perfette: la scenografia del piatto incantevole.

Ho gradito molto le seppie su letto di nero di seppia con trifoglio, nonché l’agnello croccante con asparagi e menta che era cotto perfettamente. Ho trovato meno gustoso il sorbetto di limone e spuma di piselli con fiori di sambuco: probabilmente i giapponesi, abituati al matcha e ai dessert non dolci, lo avrebbero apprezzato di più.

Non è di mio interesse invece comprendere il cuoco e il suo temperamento: se è vero che talvolta in televisione contesto il piglio egocentrico di qualche chef, in questo caso, nonostante l’evidente carattere, ho avuto la sensazione che il cuoco fosse un tutt’uno con lo staff e la sala, per cui l’opzione era quella di gradire tutto o niente.

le chateaubriand

Perché provare l’esperienza di un ristorante stellato?

In definitiva sono uscita dal ristorante Le Chateaubriand molto felice dell’esperienza e desiderosa di provare a cucinare con abbinamenti diversi. Cenare in un ristorante stellato è come una piccola lezione di cucina, è un po’ mettere le basi per imparare nuovi metodi di cottura, le piccole salse, il massimo rispetto per il prodotto.
Considererò sicuramente l’abbinamento degli asparagi crudi a julienne e cercherò del trifoglio e dei fiori di sambuco!

 

4 Comments

  1. dunque un’esperienza gratificante. Non sempre il ristorante stellato è veramente stellato ma da quello che hai scritto deduco che le stelle son ben meritate.
    Presentazioni perfette, accostamenti ottimi.
    Insomma una bella serata.

    • annw annw

      Sì, confermo. Tu sei mai andato in un ristorante famoso?

      • Sì. Da Bottura a Modena. Una serata indimenticabile.

  2. Condivido il concetto di esperienza sensoriale, la ricerca di un piacere che vada al di là di un semplice nutrimento. Purché non esasperato, è un appagamento epicureo dal ricordo persistente. Anche se, devo dire, è passato molto tempo dal mio ultimo stellato, non è passato altrettanto tempo dall’essermi sentito piacevolmente appagato 🙂

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