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Conversazioni da divano in questa giornata di festa in cui si ricorda l’Angelo che fa visita alle donne che fanno visita al sepolcro.
Io e mia cugina, quella che suona la chitarra elettrica, parliamo di comunicazione.

Se mi permettete un consiglio: dovreste coltivare un po’ di più il senso dell’umorismo, non solo per la salute mentale e fisica, ma anche perché senza senso dell’umorismo non capireste lo zapatismo. E chi non comprende, giudica; e chi giudica, condanna“.

Il belloccio attore messicano Gael Garcia Bernal parla del suo lavoro ad Al Jazeera e io penso alla Pasqua. Penso al Subcomandante Galeano e a quel misero italiano, forse attivista o molto più probabilmente politico che, invitato a partecipare a degli incontri di approfondimento in Chiapas il prossimo Maggio, ha risposto all’EZLN* che avrebbe sì partecipato alle prossime riunioni, ma solo se poteva incontrare il Subcomandante Marcos.  (*Si sono pure creati una voce su perché pare che la descrizione di wikipedia non andasse bene).
Solo che Marcos non esiste più da quasi un anno.

Mentre pensavo a questo, mia cugina mi fa notare che ai social poco gli importa dei 142 studenti, 3 poliziotti, 3 soldati uccisi, di cui alcuni decapitati, in Kenya dagli al-Shabaab, gruppo insurrezionale insurrezionale islamista attivo in Somalia; lei gira il caffè con un cucchiaino e mi dice che è perché sono africani, sono troppo colorati perché agli italiani importi.
Io credo che se fossero stati bianchissimi ucraini sarebbe stata la stessa cosa: penso invece che la comunicazione influenzi la massa e i mezzi di comunicazione italiani hanno pesi e misure di sensibilità e cuore diversi da quello che io e mia cugina riteniamo importante. Lei lamenta che i suoi amici social sono stati tutti pronti a far rimbalzare un Je suis Charlie, senza aver approfondito quanto era accaduto, mentre  per il il Kenya nessuna solidarietà. Fosse solo il Kenya…

Torno al Subcomandante Galeano. Chi è?
A maggio 2014 in Messico, in Chiapas, accadde un fatto, tra gli altri, molto grave: uccisero un uomo, Galeano, all’anagrafe Jose Luis Solis Lopez. Chi lo uccise e perché? I mezzi di informazione, internet, non è che ne hanno parlato molto sul momento, niente BBC, per lo meno finché quelli dell’EZLN non organizzarono una veglia per lui, l’insegnante della scuola zapatista, ed invitarono i mezzi di comunicazione.

Faccio un passo indietro.
E no, non approvo tutto quello che ha fatto e fa l’EZLN, ché a me la violenza non piace neanche quando gli scopi sono nobili.

Manca un’informazione spiccia a chi non ne sa molto della situazione del sud del Messico. Il Chiapas, la regione di Palenque per capirci, è una zona ricca di risorse naturali e per tale motivo molto appetibile per l’industria e il governo messicano (e non solo), più attento ai soldi per pochi che al benessere di molti. E’ anche un territorio ricchissimo di storia, popolato per un terzo da etnie indigene, di lingue e tradizioni antiche, la cui prospettiva di vita però è esigua. Chi ci abita, spesso in povertà, non desidera il progresso dei centri commerciali o delle centrali idroelettriche, ma mantenere la propria terra (molti sono gli espropri) e poter campare dignitosamente con essa. Un’area del mondo in cui violenza e corruzione sono all’ordine del giorno.

«Qual­cuno, tra i gior­na­li­sti, dopo l’omaggio a Galeano che abbiamo orga­niz­zato a La Rea­li­dad a fine mag­gio è arri­vato a dire “tutto que­sto per un morto”. Noi sap­piamo, però, che se lasciamo pas­sare un morto poi ce ne sarà un secondo, e infine migliaia. Non pos­siamo per­met­tere che uno di noi siamo assas­si­nato impu­ne­mente»

Così il 24 maggio 2014 l’EZLN tenne una conferenza, intitolata Entre la Luz y la sombra, a La Realidad (mai ci poteva essere un nome migliore per questo posto), Chiapas. Il Subcomandante Marcos, l’incappucciato che portava il nome nato dall’acronimo di altre persone, perché in origine doveva essere solo un portavoce del movimento armato EZLN, era morto: era nato il Subcomandante Galeano.
E in tempi di Pasqua e resurrezioni è una figata, diciamolo, senza contare il fatto che Galeano porta una benda da pirata e braccialetti.
Marcos, era stato una montatura, un personaggio mediatico che, con il suo cappuccio poteva rappresentare tutti proprio perché con esso addosso era uguale agli altri. Non è più necessario ora però in quanto nel movimento zapatista è cresciuto negli anni un gruppo dirigente.
A questo punto ai mezzi di comunicazione la notizia interessava: il morto risorto, poeta e scrittore, era molto più interessante delle violenze ad un gruppetto di indigeni.

Mia cugina mi chiede dove voglio arrivare con questa storia dell’orso, che però non è solo per intrattenerla, né è una bugia.

L’Ezln l’anno scorso ha scelto di cam­biare sistema di relazioni con i mezzi di comunicazione: la stampa a paga­mento avrebbe ancora un senso, secondo Galeano, solo se pro­du­cesse ana­lisi e inchie­ste, ma non lo fa. Anzi, il capi­ta­li­smo avrebbe tra­sfor­mato il “pro­dotto infor­ma­zione” per far sì che i media siano pagati per non info­mare, per non pro­durre una infor­ma­zione decente.
Ha senso che i mezzi di comunicazione possano guadagnare, i giornalisti essere pagati, ma il giornalismo, quello vero, quello per cui noi lettori ci aspettiamo trasparenza, approfondimenti e verifiche dietro ad una notizia, latita.
Quindi? Quindi non ci rimane che essere fortemente critici con tutto quello che leggiamo e cercare più versioni e diverse della stessa storia. L’inglese aiuta. L’apertura mentale anche. 

Caffè finito.
Andiamo a prendere un po’ di sole e a passeggiare al parco.

16 Comments

  1. Ciao,

    molto bello questo post… Brava! 🙂

    Sulla violenza: talvolta la approvo e non la condanno sempre. È uno strumento come un altro…
    All’EZLN rimprovero soltanto una scarse efficienza militare, ma si sa, la sproporzione di mezzi è enorme, già è tanto che siano ancora lì a parlare.

    Sul Chiapas ho letto diverse cose… Ho apprezzato due volumi in particolare: Storia del Chiapas di Sabrina Benenati (molto concentrato sulla comunicazione) e Chiapas. La rivoluzione indigena di Carlos Montemayor (oggi risulta purtroppo abbastanza datato, sono passati sedici anni dalla sua uscita).

    Sull’eccidio avvenuto in Kenya ho solo una cosa da dire: per la gran parte degli occidentali (il problema non è solo italiano, siamo europei come gli altri) la vita di qualche centinaio di negri non vale poi tanto. Preferiscono parlare dei poveri diavoli morti sulla Germanwings…

    L’inglese aiuta, certo. Per quanto riguarda il Chiapas aiutano anche lo spagnolo (vedi il sito de «La Jornada») ed il francese.

    Buona passeggiata e buona serata.

    Un abbraccio

    • rO rO

      Grazie. Devo ricordarmi più spesso che passano di qui persone, come te, che ne sanno molto più di me di storia. Quando mi metto a scrivere certe cose mi dico che so già che annoierò un sacco. Avrei preferito leggere “scarsa efficienza organizzativa o comunicativa”, piuttosto che “militare”. Ho il sospetto che le nostre considerazioni riguardo i movimenti rivoluzionari siano divergenti.
      Grazie per i riferimenti di lettura e buona giornata anche a te!

      • Per me è un piacere seguire un blog come questo e leggere una persona in gamba come te.
        In realtà non credo che siano stati poco efficienti a livello comunicativo e organizzativo. Si può fare di più, certo. Ma nel 1994 il web era agli inizi…
        Il volumetto della Benenati affronta proprio il lato “comunicazione e netwar“.
        Ciao! 🙂

        • rO rO

          Mi imbarazzi così. È un blog nato per condividere storie di vita e pensieri (oltre che per fare una montagna di soldi!!) tutto qui, e chi ci scrive (noi tutti, voi compresi) ne rappresenta una delle parti più interessanti.
          Ciao!

  2. Più ciò che succede è lontano – non solo geograficamente – minore è il peso: basta pensare a come negli anni ’90 l’eccidio di centinaia di migliaia persone in Ruanda passò nell’indifferenza generale; le ragioni sono molteplici, nel caso dell’Africa c’entra anche il fatto che è un continente che è stato puntualmente ignorato e del quale appunto si parla genericamente come ‘Africa’, ignorando che è un continente macroscopico che contiene tante realtà differenti… Quanto ai social network, essendo aggregatori di fuffa, non mi stupisco che la cosa sia stata praticamente ignorata… non è quella – purtroppo – la loro funzione…

    • rO rO

      Mia cugina diceva che i francesi sono più sensibili. Io mi dico che dipende dal fatto che l’Italia non ha più le colonie. Noi eventualmente ci interessiamo della Libia. La Nigeria non sappiamo neanche collocarla geograficamente.

      • Effettivamente, i francesi hanno un legame più forte, basti pensare alla recente missione militare in Mali; poi lì sono pieni di immigrati dalle ex colonie, e di loro discendenti, il tema dei rapporti Francia – Africa è molto sentito e fa anche parte del dibattito politico…

  3. Concordo sul concetto di violenza. Questa non deve avere un posto a tavola. Deve rimanere fuori ed essere condannata a prescindere. La violenza chiama altra violenza e la spirale diventa infinita.
    Non frequento i socila, e prendo per buono quello che hai scritto: certi argomenti mediatici assumono valenze spropositate, altre no.
    Per il resto leggo e taccio.
    Ottimi argomenti di conversazione.

    • rO rO

      Ah ah ah! Male, Orso! 🙂 non dovresti fidarti neanche di me!

      • Eppure qualcosa mi dice che un minimo di fiducia posso riporla

  4. Ci ho riflettuto. La questione della visibilità di un evento è tema che mi appassiona.

    C’entra la distanza geografica e culturale, certo, ma di più ancora la mancanza o la presenza di un fattore apparentemente secondario.

    .Se accostiamo i due eventi in questione, vale a dire il disastro aereo e la strage nel campus, notiamo la maggiore vicinanza del primo rispetto al secondo e riconosciamo la contiguità culturale con le vittime del disastro rispetto a quelle massacrate nel campus. Ma c’è un elemento che solitamente non consideriamo: l’effetto sorpresa.

    È chiaramente uno dei frutti amari del pregiudizio. Succede in Africa, succede in zona di guerra.

    Perché l’Africa è tutta zona di guerra, secondo il comune sentire. E in un contesto simile, dove la morte violenta è una condizione naturale, una strage vale l’altra. Non c’è alcuna sorpresa e tutto è banalmente prevedibile.

    Ma un aereo che cade, un pilota suicida e una comprovata premeditazione attivano di fatto una pruriginosa curiosità, frutto altrettanto amaro di un diverso pregiudizio, quello legato all’illusione che lontano da una zona di guerra, la pace delle nazioni coincida con la pace delle persone.

    • rO rO

      Il ragionamento fila. E se invece dell’effetto sorpresa, parlassimo dell’effetto paura? In Africa magari non andiamo così di frequente. L’Africa è lontana. Invece la Germanwings è sotto casa. (altro argomento di interesse per me ora è la creazione di un ricordo legato al ripetere del nome del copilota assassino ad opera dei geni della comunicazione… ). Rimane il fatto che noi possiamo essere più o meno sensibili ai diversi temi, ma che i media per primi decidono a cosa farci interessare.

      • La sostituzione regge. In fondo ciò che ci sorprende ci inquieta. O ci angoscia. Eppure cos’è che attira di più la nostra attenzione, se non l’imprevedibilità degli eventi?

        Sui Media sono d’accordo. È necessario avere una solida cultura a prescindere. E se manca, è necessario almeno dubitare. Perché dal dubbio nascono salutari interrogativi.

  5. Viandante ramingo Viandante ramingo

    Veramente interessante e ben scritto. Mi permetti di scrivere una cosa? La violenza farà sempre parte di noi. Io in Kenia ci sono stato dopo la seconda guerra civile per aiutare i sopravvissuti. Ecco io ho visto cose, ma non come in Blade runner, no ho visto che significa l’odio è cosa scatena se si cova per tanto tempo. La spietatezza. Io nel mio piccolo porterò per sempre i segni della violenza perché, mio malgrado, sono finito in tensioni a me sconosciute. Mi è andata benissimo direi. Andrei ad aiutare di nuovo i sopravvissuti? Sì, perché la mia vita vale quanto la loro. Permettimi anche di non fidarmi dell’inglese. Di bugie ne hanno dette molte anche gli anglofoni. Tutti.

  6. Credo che la questione sia collegata all’impotenza. Prendi l’esempio della sentenza della Corte Europea sulla Diaz. Tortura. Già. Lo sapevo anche 14 anni fa. Tutti lo sapevano. E nessuno ha pagato. Dopo si, ci sono i media, la distorsione, l’agenda setting, i cultural studies, ecc ecc. E naturalmente l’assuefazione.
    Credo che il Chiapas sia un piccolo miracolo, un po’ come Cuba fino a qualche decennio fa.
    Fine Whiskey. Ciao rO

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