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Cat’s Pyjamas

Quando l’altra sera l’oculista mi ha messo le gocce per dilatare le pupille non mi ha detto che l’effetto sarebbe durato così a lungo. Io ero entrata nella saletta semi buia, con il parquet e i tappeti, e mi ero seduta su uno delle sue sedie di ferro.

“Tutto bene! Ci vediamo tra tre anni.”.

Così, come una gru che si atteggia a modella, sui miei tacchi alti ho sceso le scale, incrociato due ragazzini con lo zaino in spalla e il cellulare in mano che chiacchieravano naso naso, e mi sono detta che proprio non era opportuno mettermi a guidare. Ci vedevo sufficientemente sfocato da non leggere un testo e le luci erano distorte a forma di stella. Mi sentivo veramente un vampiro.
Così ho fatto pochi passi in direzione di un bar che si trova nella piazza dove ha sede la Camera di Commercio e mi sono seduta all’aperto, in una zona rialzata rispetto al resto dell’area.

Ma chi mi guardava incrociandomi avrebbe notato le mie pupille grandi, anormali e nere?

C’era molta gente, io avevo “Il Pigiama del Gatto” in mano che non potevo leggere, quando un tizio mi ha chiesto se poteva sedersi nella sedia accanto a me, visto che ero sola e non c’era altro posto. Non capivo esattamente se era un uomo o un ragazzo: era sicuramente alto, aveva molti capelli ed era vestito sportivo, con una T-shirt, una camicia sbottonata e un giubbotto aperto e morbido.
Ordina un caffè americano e mentre io do le spalle al vetro del bar e guardo a gambe accavallate i tavolini e la piazza, lui, alla mia destra, pianta i gomiti nudi sul tavolino di metallo e prende in mano il mio libro.
“Te lo ricordi cosa significava cat’s pyjamas?”
Aveva un accento strano. Mi sono girata con tutto il corpo per rivolgermi a lui e non dargli solo il profilo. Cercavo di metterlo a fuoco meglio, ma vedevo ancora tutto molto sfocato. Aveva i capelli castani, mossi, la pelle molto chiara, gli occhi profondi, le mani grandi e affusolate.
Pensavo che quel libro l’avevo comprato alla Feltrinelli una domenica mattina, quando ci trovi tanti single, qualcuno anche con il cane al guinzaglio, e ti chiedi quanti libri hanno a casa e ti fai le storie su che tipi possono essere a seconda di cosa comprano. L’avevo preso perché ne avevo già letto uno di Bradbury e l’avevo trovato così forte, per quanto non mi fosse piaciuto molto, da rimanermi addosso ben marchiato. Mi piacciono le emozioni forti. E l’avevo cercato perché un giorno ne avevo letto una recensione sul Corriere: lì c’era scritto che erano racconti pubblicati dopo la morte della moglie, ma mica dava indicazione del significato del titolo.

“No, non ne ho idea.”
“Dove eri negli anni venti?”

Non capivo la domanda. O forse la capivo, ma ero rimasta così stupita che, sorridendo, non stavo dicendo una parola. Cercavo ancora di metterlo a fuoco. La sua voce era gradevole e mi ricordava qualcuno, come se ci fossimo già conosciuti, come quando ti svegli e non riesci a capire esattamente chi era quell’uomo che si era appassionato ai tuoi capelli, eppure sai essere uno che conosci.

“Negli anni venti negli Stati Uniti c’era questo modo di dire. L’aveva inventato un fumettista. Erano pieno di hipster, ricordi? Le cats?  Le occidentali che indossavano le gonne corte, che avevano i capelli a caschetto e ascoltavano il jazz, e  ostentavano disprezzo per quello che allora era considerato un comportamento accettabile! E il pigiama era la nuova moda. Così presero a dire che se eri un cat’s pyjamas eri una persona geniale, divertente, ma soprattutto la migliore in una certa cosa. Ricordi?

Il caffè era arrivato. Lui prese a berlo.
Io mi ero avvicinata per guardarlo meglio. Avevo l’impressione che parlasse in modo strano: c’era qualche parola in quello che aveva detto che mi sembrava fuori luogo, come se fosse straniero o anziano o un uomo di altri tempi. Così avevo provato a fare conversazione. Mi intimidiva.

“Come mai anche tu qui oggi?”

Era un orario strano, a metà pomeriggio, quando normalmente le persone adulte lavorano.
Stava finendo il caffè.

“Ti avevo visto passare e non ho resistito”.

Nel mentre si alza, si china verso di me, mi sfiora una guancia e mi bacia vicino all’orecchio, sotto ad un ciuffetto di capelli.
E così era andato via prima che potessi dire altro.
Quando sono andata alla cassa per pagare il mio conto era saldato e la cameriera da dietro al bancone mi aveva allungato un bigliettino scritto da lui.

“Hai degli occhi meravigliosi. Ci vediamo presto.”

24 Comments

  1. a me queste cose non capitano mai… ah già, io sono maschietto :’D

    • Bachelorette Bachelorette

      Non ti pagano mai il conto, eh? 😛

  2. Nemmeno a me queste cose sono mai capitate e forse non sono mai stato abbastanza spavaldo per farle. 😀

    • Bachelorette Bachelorette

      Però non ha fatto niente di “grave”. Certo, il bacio è stato veramente un azzardo ma aveva studiato bene la situazione. Per il resto invece, direi che ogni uomo potrebbe agire così…

      • Mi riferivo proprio al bacio (rischiosissimo!), il resto è tutto sommato normale, anche piacevole…

        • Bachelorette Bachelorette

          Di casi in cui qualcuno ha provato a baciarmi e non volevo ne ho avuti. Una poi si scosta e dice che non è il caso, semmai….

          • quest’uomo ha qualcosa da insegnarci comunque

          • Sì, hai ragione.
            Io sono di quella razza che si avvicina soltanto se vede una chiara e reciproca intesa…
            Ciao!

            • Bachelorette Bachelorette

              Ciao! Timidone 🙂

  3. A parte la galanteria di pagere il conto, a parte il bacio di arrivederci, l’oculista ha fatto un ottimo lavoro.
    Evidentemente sei fascinosa per attirare l’attenzione di qualcuno.

  4. Questa storia è cioccolato fondente sottile.

  5. Che cosa odiosa, le goccioline dell’oculista!! (e ancora di più, il conto per una visita di mezz’ora appena)

    • Bachelorette Bachelorette

      Quindici minuti e non ho pagato nulla. Questa volta almeno è andata così 🙂

      • La prossima volta vengo a milano a farmi la visita! Magari spendo 100 euro di treno e devo buttare un giorno di ferie, ma vuoi mettere?

        • Bachelorette Bachelorette

          La prossima volta non sarai a Seul magari?

          • Si beh la prossima volta ci tornerò nel 2016 e supporrei (forse) di essere in italia!
            A Singapore la medicina è tutta privata e costa taaaaanto!

            • Bachelorette Bachelorette

              …dai che l’azienda te la paga un po’, no?

              • Devo documentarmi, qui a singapore ho l’assicurazione sanitaria compresa ma non le visite di routine. In italia credo di poter pagare un certo tot l’anno tramite il fondo delle aziende farmaceutiche, e poi ho sconti intorno al 30%, però non penso mi convenga perché sono un giovane aitante e non ho spese mediche 🙂

  6. SYD SYD

    Senza nulla togliere ai tuoi occhi (che non conosco), ma hai pensato all’eventuale ruolo dell’oculista in quel “Hai degli occhi meravigliosi”? Le pupille dilatate, l’espressione vaga e un po’ assente di chi non riesce a mettere a fuoco… fattori che possono accrescere il fascino di uno sguardo, anche se già bello di suo. O chissà, magari era l’oculista stesso, che perfettamente conscio del tuo essere momentaneamente ipovedente, non ha resistito all’idea di seguirti al bar e farti una corte gentile, con quel velo opaco posato sui tuoi occhi a rendere più lieve la sua timidezza. Certo, dev’essere strano quando un oculista ti dice che hai dei begli occhi: sarà un complimento appassionato, o uno spassionato parere medico? Ma no, ma no: due bulbi oculari anatomicamente impeccabili ed in buona salute da soli non spiegherebbero un simile aneddoto, bacio tenero compreso. E poi l’oculista era rimasto nel suo studio. E quei gomiti piantati erano forse quelli di qualcuno che hai già conosciuto, in questa vita o in un’altra delle precedenti. E chissà. E di certo io sono uno che immagina parecchio, talvolta anche troppo, non lo nego. Immagino e mi piace farlo, sì: probabilmente non sarei qui, altrimenti. Ma l’immaginazione è un po’ come le gocce dell’oculista: ti induce a una pausa inaspettata, posandosi anch’essa sopra gli occhi come un velo semitrasparente, una patina, un filtro che talvolta accresce la realtà, e talvolta la sminuisce. Una caligine leggera o più densa, che però può avere dei piacevoli effetti distorsivi sullo sguardo; e come anche il tuo racconto dimostra, vederci in modo diverso può essere limitante, ma non necessariamente pericoloso. E prima o poi, le pupille buone per leggere Bradbury e fare qualsiasi altra cosa tornano com’erano prima, come le immagini nella mente che si ricompongono dopo essersi scompigliate nei sogni. Ma non era un sogno: è rimasto un biglietto, scritto e tangibile. E la nebbia, levandosi dagli occhi, non ha portato via quella sensazione di calore che la nostra pelle ha memorizzato. Lì, vicino all’orecchio. Sotto il ciuffetto di capelli.

    • Bachelorette Bachelorette

      Cruditè.
      La storia è inventata in realtà.
      L’oculista è uno un po’ strano, stordito, mi conosce eppure ogni volta mi ripresento perché credo che non mi riconosca subito.
      Hai ragione sul fatto degli occhi grandi e nero, delle pupille dilatate che indubbiamente hanno catturato diversi sguardi.

      Mi chiedo se qualcuno ha colto che il ragazzo che si è seduto al tavolo nella mia testa era un vampiro.
      Probabilmente no.

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