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44 giorni a Natale

Te ne sei accorto, sì
Che parti per scalare le montagne
E poi ti fermi al primo ristorante
E non ci pensi più

 

Sabato scorso avevo appena parcheggiato sotto casa di mio padre quando, scendendo dall’auto, ho visto un uomo cadere a terra e una coppia chinarsi su di lui. Era all’angolo della strada a dieci metri da me. Potevo vedere solo le gambe secche in un pantalone largo e l’angolo di un maglione blu.
Sono rimasta bloccata per un po’, non sapendo che fare, se unirmi ai soccorsi o infischiarmene.
Nessuno mi ha istruita esattamente a riguardo. E anche in un altra infinità di cose della vita.
Poi ho pensato che forse quel signore era mio padre, che s’era sentito male, come una volta già era successo.
Non sono come R., che salva persone, che nella sua anomalia di leghista è l’unica della corriera che tuttavia ci si siede accanto. La ammiro.
Comunque non era mio padre.
Avvicinandomi ho visto, sollevata, che era un signore più anziano. Non era lucido e s’era fatto male cadendo, sbucciandosi le nocche della mano sinistra sul muretto. Se l’era portata alla bocca succhiandosi il sangue.
Faceva tenerezza. Era così fragile. Che poi magari era anche un uomo cattivo, ma chi l’avrebbe mai detto guardando quegli occhi azzurri lattiginosi?
Si sono avvicinate e fermate subito altre persone, persino un’auto in mezzo alla strada e tutti a camminare, sorreggendo questo vecchio con il naso aquilino e la pelle rosa, che non ci diceva dove era casa sua, nè come si chiamava e camminava. Avanti tutta! Tutti avanti.
E io lì a spazzolargli con una mano il sedere della tuta dalle foglie.

Te ne sei accorto, sì
Che passi tutto il giorno a disegnare
Quella barchetta ferma in mezzo al mare
E non ti butti mai

Mi sono sorpresa un sacco, anche se poi così deve essere, che ci fosse qualcuno ad aiutarlo, anzi, un sacco di persone.
Per quanto tempo? Forse quindici minuti, non tanto, certo. Perché poi qualcuno tipo mio padre ha detto di chiamare il 118, che poi bastava un po’ di pazienza e non era necessario, perché è arrivato il figlio in bicicletta, che, bestemmiando, l’ha riportato a casa da dove era scappato, con le sue pantofole di lana cotta ben chiuse alla caviglia.

M’era sembrato così bello che ci fossero state persone carine lì intorno, in una realtà dove ho sempre la sensazione che non ci sia nessuno a darti una mano, anzi, tutti pronti a farti scivolare.
Poi ero tornata indietro perché avevo trovato i suoi occhiali da vista caduti a terra. Una lente si era staccata e l’avevo messa a posto. Era gialla, diversa dall’altra. Come se ai vecchi dovesse andar bene e basta avere un paio di occhiali un po’ schifosi.

Forse eravamo anche troppi. E io e mio padre ci siamo defilati prima di altri, prima che la sirena dell’autobulanza da lontana si facesse presente, prima che un ladro gli entrasse in casa, visto che il cancello era aperto.

Che sei dai troppo di te agli altri sei soffocante, se dai poco sei assente ed egoista.
E io che parto per scalare le montagne e poi il tempo non basta mai.

La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più

Soundtrack: Brunori sas – La verità

3 Comments

  1. Bel racconto, bei pensieri, bella sintesi. Sì insomma, bello tutto. 🙂

  2. se è reale ha fatto quello che altri non avrebbero fatto. Se è un racconto sembra reale. Insomma il post mi è piaciuto

  3. A volte si fa quel che si può, semplicemente, a volte si fa quel che si deve. A volte ciò che ci si sente, che sia tanto, poco o nulla, e rimane tale. C’è chi pensa che non siano fatti suoi, chi di fare troppo e chi di non fare mai abbastanza. Anche con certe circostanze, in fondo, ci si rapporta come col tempo: per inclinazione.

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