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Code per incidente

Il giornale radio non dà altri dettagli. Il radiofonista pronuncia solo le parole “code per incidente”, non “incidenti”, non il nome delle persone coinvolte. E’ rimasta uccisa, morta. Ci sono rumori ma non si sentono, come se avessero tolto l’audio. La sua testa è fracassata, il cranio aperto. Pezzi del suo corpo si sono staccati e sparpagliati qua e là. Sta ancora seduta, questo sì, si può dire. E’ al posto del guidatore, perché portava lei l’auto. Ed era da sola, non c’è dubbio. Non c’era nessun altro nell’automobile e neanche il gatto, neanche un pelosissimo gatto, che, vista la sua età, avrebbe avuto senso. Si dice.

Da dicembre quasi ogni giorno percorreva la stessa strada. Avanti e indietro. Talvolta prendeva delle varianti, altre strade, ma la meta era quella. Aveva spesso in mente il fatto che cambiare strada non l’avrebbe fatta morire, di noia o di se stessa. Temeva la morte più di ogni cosa, ma una morte da vivi. In quei tragitti incrociava sempre lo stesso camioncino, con lo stesso guidatore. Avevano evidentemente gli stessi orari. Le loro vite avevano qualcosa di simile, non parallelo, certo.
Capitava, mentre guidava, di distrarsi talvolta. Non era certo il telefonino ad attirare la sua attenzione, quanto piuttosto alcuni pensieri. Si risvegliava da quello stato e si chiedeva, come una bambin che si domanda cosa siano i puntini che vede quando chiude gli occhi, come potesse essere capace di guidare automaticamente, di notare effettivamente cartelli e precedenze, eppure pensare ad altro. E succedeva.

Code per incidente grave

Una scritta luminosa e lampeggiante avvisa ancora i passanti sull’autostrada. L’autobulanza c’è ma non serve. Non ci sono molti curiosi che rallentano. E’ mattina presto e poi la gente si abitua a tutto. Anche la polizia è arrivata, ma è troppo tardi. Un pezzo del suo braccio è sull’asfalto. La mano col palmo in su. Il sangue cola. Veramente c’è sangue dappertutto, una pozza enorme di sangue, che è impossibile schivare per chi si vuole avvicinare. Di prestare soccorsi non se ne parla.

“Nibble, nibble, little mouse,
Who is nibbling at my house?”

L’ha uccisa. Il camioncino, neanche tanto grande, che incrociava ogni giorno da mesi l’ha presa in pieno.Un botto incredibile in quella specie di silenzio del mattino presto.

Pare quasi che aspettasse solo l’estate, che il finestrino fosse ben tirato giù per il caldo, e via. Il muso l’ha colpita e travolta. Non aveva mai preso una multa, lei. Certo, correva talvolta, ma non l’avevano mai fermata nè era incappata in un autovelox.
Portava una camicetta di seta a fiori quella mattina: papaveri stilizzati e foglie versi, su sfondo blu scuro.
Il sangue confondeva il disegno.

Se fosse stato un racconto, allora avrebbe ripreso vita. Sarebbe successo qualcosa, avrebbero riavvolto il nastro. Lei e il guidatore del camion si sarebbero incontrati al bar, invece che sulla strada. Niente sangue ma cappuccino e brioche con la marmellata.

Vuoi cambiare il finale?
Premi sì.

si

 

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