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Abbracci

Bisogna anche dare atto alle persone brave. Bisogna togliersi il cappello, una volta tanto, e ammettere che io non ne sono capace. Parlo di quelli che manipolano la realtà, quelli che in un dialogo a due o a tre, riescono a infilare delle frasi, anche solo delle parole, che cambiano lo stato delle cose. Che fanno in modo che il dialogo non sia più su un piano di parità, di equivalenza, ma sia leggermente sbilanciato. Sbilanciato a loro favore, va da sé. Quelli che chiedono scusa quando non c’è alcun motivo di chiedere scusa. Fateci caso: mi scuso con te anche quando non serve. Qual è il risultato? Io ti faccio sapere che ti sto mettendo in difficoltà. E poco importa che tu sia realmente in difficoltà o meno. Loro ti fanno una carezza. Povero piccolo. Ma io sto benissimo. Non importa. Povero piccolo lo stesso.

Sono quelli che nello stesso dialogo a due, a tre, a dieci, devono farti notare che pagano un affitto molto alto. Quelli che sanno di guadagnare più di te e te lo fanno notare. Ma te lo fanno notare con eleganza, siam mica gente volgare.

Ecco, io vi voglio bene. Ma avreste tanto bisogno di un abbraccio. O di un cane. O dell’abbraccio di un cane. A me piacciono gli abbracci. Sono uno che prova piacere nell’abbracciare le persone. Non tutte, non sempre. Ma se provo dei sentimenti positivi nei confronti di una persona mi viene spontaneo abbraciarla.

Il giorno dopo la prova orale al mio esame di maturità sono andato al mare con una amica. La frequentavo molto in quel periodo. Era un giorno infrasettimanale e non c’era molto gente nonostante fosse luglio. A fine giornata, mentre buttavamo lo sguardo entrambi all’orizzonte da un pontile, in piedi, lei mi abbracciò. Non era niente di più di quello, un abbraccio. Ma c’era una paccata di sincerità. Ecco, l’abbraccio, quando è sincero, lo capisci.

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