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Mettersi in discussione: il pippone

Oggi è Sant’Alessandro, per chi ci crede.

Leggendo un post del mio insegnante di web design sul suo sito, ho ricordato che pago ancora un abbonamento ad Aruba e che potrei sfruttarlo per stendere una piccola riflessione circa il pippone che mi ha fatto il mio capo stasera dalle ore 18,00 alle ore 19.00. (I dettagli, quali l’orario di esecuzione, sono essenziali, converrete, in un racconto che abbia un minimo di efficacia e susciti l’interesse del lettore).
Il mio capo uomo stile “il biondo di Dowson Creek” stasera mi ha portato in una sala riunioni per parlarmi a tu per tu del mio comportamento. Tutto sorridente mi ha ricordato che io gli avevo chiesto dei dettagli e lui si stava accingendo a rispondermi. In quell’esatto istante in cui mi sorrideva, nella mia testa pragmatica pensavo si volesse riferire alla modalità di scelta dei nuovi assunti. In realtà dopo poco ho appreso – grazie ad un introduttivo “Non preoccuparti” – che stava per parlare di me.
Premettendo che una settimana fa mi aveva dichiarato di essere estremamente contento del mio rendimento e che mi considera come un’auto ad elevate prestazioni, ritiene che io debba essere più socievole e fare squadra con gli altri, non sempre simpatici, colleghi.
In pratica dovrei assecondare le loro lunghissime pause caffè, raccontargli della mia vita privata, lamentarmi del suddetto capo e vestire come se non esistesse altro che l’OVS.
Dichiarare quanto guadagno: mai.

La sostanza

Il pippone è durato parecchio. Durante il pippone io ho sorriso come mi ha insegnato la principessa Diana e come recentemente ho visto fare con successo ad Alessandro Benetton in televisione e soprattutto ho continuato a fare la lista del perché avrei dovuto acconsentire alla richiesta:

  • è il capo e potrebbe licenziarmi
  • forse ha ragione dicendo che sono stata poco socievole? no, ma v. risposta precedente

E sono seguite riflessioni di diverso tipo:
1. Ti pare mai possibile che io abbia un capo così incoerente che mi vuole spesso al caffè? Sì.
2. Sto lavorando troppo per lo standard di questa azienda? Sì.
3. Riuscirò a cambiare il  mio atteggiamento (già carino di suo ma non svaccato) per favorire quello che vuole il capo? Non credo.
4. Questo commento del capo mi irriterà? Sicuramente sì.

Ma veniamo alla parte di approfondimento, perché questo blog ha sempre un po’ di aspirazione ad elevare i pensieri.

Il mio docente di web design guru suggerisce di (cit.1) “mettersi in discussione e che ogni informazione necessita di una chiave di lettura per essere interpretata in maniera consona e senza possibili fraintendimenti, limitando per lo meno la marginalità d’errore”.
Io, prendendo spunto da questo, mi sono ricordata che, come è noto, la perfezione è delle vicende che si raccontano, non di quelle che si vivono.

*** ***

C’è un libro incantevole che racconta di storie e di chimica: Il Sistema Periodico di Primo Levi.
Nel capitolo dedicato allo zinco, scrive quanto segue:

“Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.”

8 Comments

  1. intanto ben tornata.
    Passiamo al pippone. Oggi Sant’Alessandro? Mi sembra che sia San Giustino ma non c’entra niente col pippone.
    Il tuo capo è il tuo capo ma dice baggianate. Ma poiché le dice il capo, sono verità – per chi ci vuol credere –
    Essere pura e dura… uhm mi ricorda qualcuno che furoreggiava dalle tue parti qualche anno fa. Ma passiamo oltre. Essere socievoli? Uhm… mi sa che sia qualche collega invidioso e nulladacente che si sente a disagio perché lavora col braccino corto e tu dai fastidio, visto che lavori senza fare chiacchiere e soste caffè prolungate.
    Per me dice bene Primo Levi
    … vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.

    • rO rO

      Avevo scritto il post nel giorno di Sant’Alessandro. Tutto qui.

  2. Questa è la tipica degenerazione del valore dato ai ‘rapporti umani’ sul posto di lavoro: a forza di affermare che bisogna ‘fare squadra’, che se ci sono buone relazioni interpersonali anche il lavoro funziona di meglio, si vuole passare a imporre un sistema nel quale magari non solo il lavoro, ma anche i colleghi ‘te li porti a casa’. Rendo e lavoro bene? E’ un mio sacrosanto diritto farmi una corposa dose di ca**i miei e non sta né in cielo né in terra che mi si obblighi ad allacciare ‘relazioni’ con chi mi sta abbondantemente sulle scatole…
    Se poi questi ‘rapporti umani’ diventano essenziali ai fini della produttività dell’organizzazione, beh, c’è qualcosa che non va e la società in genere andrebbe un minimo rivista.

    • rO rO

      Anche tu mi ha capito perfettamente: è un mio sacrosanto diritto farmi i fatti miei. Se non fosse che mi pare di essere circondata. Oggi al caffè ci sono andati in otto tutti insieme. Il capo è passato di là. I colleghi, rientrando, mi hanno informata della circostanza accaduta. E io tra me e me ho pensato che il capo avrebbe ripreso me per non essere stata lì a fare squadra.
      Se fosse la mia azienda, la situazione sarebbe molto diversa.

      • Sembra un film horror, tipo “Essi vivono” o “L’invasione degli Ultracorpi”…

  3. Mi hai fatto tornare alla mente un colloquio che feci con una grande catena di agenzie di viaggi del Commonwealth. Dopo avermi spiegato che il lavoro è duro e si svolge in una giungla dove i colleghi sono pronti ad uccidere pur di vendere più di te, il ragazzo mi ha spiegato che “noi diamo anche molta importanza allo svago! Ogni anno abbiamo vari social events molto divertenti! La partecipazione è obbligatoria”. Ah.

    • rO rO

      L’associazione con il tuo caso è perfetta. Proprio così. E adesso, cara Miss Bocci, come va?

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