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Bloody Valentine

“Tutto inizia con una brasiliana. Una rasatura alla brasiliana, per la precisione. E no, non é per fare una sorpresa per San Valentino. La signora di mezza età che se ne occupa perlomeno lì non taglia più del necessario, come sul braccio, dove il rasoio mi lascia un paio di taglietti. Servisse mai un accesso alternativo, immagino, per le emergenze!

Il giorno dopo sono il secondo, quasi le due e a digiuno, il primario arriva tardi; posso tenere i calzini, dice l’infermiera, oltre al camice aperto dietro, chiudibile solo con un laccetto posizionato troppo in alto per essere efficace se mi muovo o piego. Attraverso la stanza dritto e mi stendo sul letto, l’infermiera mi copre con un lenzuolo. Dice: “non mi piace portare in giro i pazienti nudi nei corridoi!“. E  si parte, flebo con l’antibiotico innestata. Ora sono davanti alla sala operatoria, la stanno pulendo mentre il mio predecessore é in un letto a fianco, stordito per la sedazione, si lamenta per dolori alla gola e scatarra. Quando l’antibiotico é fluito tutto lo stacca e mi fa alzare; per un ridicolo pudore istintivo cerco di tenere chiuso il camice, “Faccio io” – dice lei- , ma in cinque passi siamo a fianco del tavolo operatorio, lo slaccia e lo allarga sulle spalle prima di farmi stendere di nuovo. A questo punto iniziano a legarmi polsi e piedi, non mi devo muovere durante l’intervento, tubicini con l’ossigeno, cuffia, il primario commenta che mi stanno ossigenando le orecchie e qualcuno mi sistema i tubicini. Arriva l’anestesista, si presenta, si guarda intorno e chiede dove sono i tubi dell’ossigeno e altre cose; bene penso io, se é la sua prima volta in questa sala operatoria magari poteva fare un controllo prima. Mentre lui si prepara, l’assistente lo guarda e commenta ad alta voce “Se fossimo un team di tutte donne faremmo prima“, solo per questo mi sta simpatica, ok, non deve starmi troppo simpatica, un’erezione a questo punto sarebbe oltremodo inopportuna, legato e mezzo nudo come sono. Intanto mi spruzzano un anestetico locale in gola.

Peso ed altezza, l’anestesista inserisce i dati, mi dice che mi sentirò un po’ stordito o con le vertigini, faccio la battuta “Qui non cado“, legato come sono; nessuno la capisce e mi rassicurano, ok, forse non vale la pena che gliela spieghi. Torna un altro con l’anestetico per la gola, gli dico che me l’hanno già somministrato, ma magari una spruzzatina ancora in fondo ci può stare, il resto mi sembra già abbastanza insensibile. Mi tolgono gli occhiali, qualcuno mi tamburella le vene sull’inguine. Per completare la posizione alla Hannibal Lecter mi mettono in bocca una specie di imbuto, così non rischio di mordere la sonda ecografica, “Costa ottantamila euro” – mi aveva detto il cardiologo quando avevo fatto l’esame pochi mesi fa. L’assistente é pronta per la disinfezione della zona del taglio, ma prima devono infilarmi la sonda in gola, so come si fa, deglutisco due volte mentre la spingono, ecco fatto, bene, bravo mi fanno i complimenti. Il bis magari un’altra volta, eh.

Disinfezione e non so piú se sono coperto o no, ormai non conta, telo operatorio, l’anestesista dice che sentirò bruciare nella zona dell’iniezione e mi addormenterò. Il bruciore al braccio lo sento, ma non mi addormento, guardo l’orologio in fondo alla sala, si inizia, anestetico locale, il bisturi é leggero, manovrano la sonda in gola, é storta, mi gratta la gola, sto fermo ma mi scende una lacrima dall’occhio destro. Qualcuno da dietro la testa me l’asciuga. Intanto l’assistente inizia con la sonda dalla femorale destra, io non riesco a guardare il monitor, ma qualcun’altro sì, in due fanno “Ferma, ferma, se buchi lì succede un disastro!“, il primario interviene, finisce lui. Qui forse mi addormento oppure é tutto molto veloce e stanno in silenzio, in pochi minuti é finito, sono sveglio quando tolgono la sonda ecografica e il morso in bocca, sfilano l’altra sonda dalla femorale, preparano la garza compressiva, il nastro parte dalla schiena, fa un giro sulla coscia e torna sulla schiena dall’altro lato. Tra sangue e disinfettante le due infermiere mi devono ripulire, un terzo infermiere mi ha slegato e le aiuta, coprendo il copribile.

Mi portano fuori dalla sala, sono vigile, rispondo, quindi mi riportano subito verso la camera invece di aspettare. Chiedo all’infermiera se dopo il cazziatone all’assitente mi fossi addormentato, sembra sorpresa che fossi rimasto sveglio e preoccupata che avessi sentito. Mormora qualcosa sull’anestesista, mi sa che il secondo cazziatone della giornata sará per lui.

Passano quattro ore, fermo nel letto, per consentire alla ferita di chiudersi, l’effetto anestetico ormai é svanito, ma il dolore della ferita é sopportabile, mi faccio dare del paracetamolo per il mal di testa, tra gente che russa e allarmi degli altri pazienti ho dormito poco e sono a digiuno dalla sera prima. Intanto arriva l’ora della cena, l’infermiera di reparto dice ora possiamo toglierla, il nastro di cinque centimetri che strappa i peli é alla fine la cosa piú dolorosa di tutta la procedura. Mi muovo con cautela, ma sono ancora disteso nel letto che inizio a sanguinare dalla ferita, faccio per chiamare a voce, poi penso meglio se premo il pulsante dell’allarme, tampono con le mani e me le riempio di sangue. Arriva l’infermiera, tenta un timido rimprovero, ma si rende subito conto che non mi ero neppure mosso dal letto. Prepara delle garze, io cerco di aiutarla a tamponare con le mani – dopotutto é mio il sangue che esce – lei sembra piú preoccupata che mi sporchi di sangue, un giro di nastro, schiena coscia schiena, vediamo come va, no esce ancora, strappa il nastro e riproviamo. Dice che ha fermato emorragie arteriose, cosa vuoi che sia una venosa? Anche il secondo tentativo serve a poco, sento il sangue caldo che esce, va a chiamare la collega giovane per farsi dare una mano. Anche lei mi dice che l’altra, l’esperta, ha fermato emorragie arteriose e bla bla, ok bene, vediamo di fermare questa e poi parliamo delle vecchie glorie. Strappa il nastro, rimetti la garza, rimetti il nastro, giro schiena coscia schiena. Niente, fai una palla di garza, dice, serve una compressiva. Strappa il nastro, palla di garza, rimetti il nastro, stringi di piú, giro schiena coscia schiena. I miei compagni di stanza avevano iniziato a mangiare, sento solo uno che dice “Mi é passata la fame“. Prova a mollare, vediamo se tiene, intanto mi scaricano due bottiglie di amuchina per pulirmi, ho sangue sulle mani e ogni piega del basso ventre. Ancora sento il liquido caldo spandersi, non va bene, ora chiamano il medico, smetto di guardare cosa fanno, mi gira la testa, se ne accorgono, abbassa la testa e alza i piedi. Respiro profondo, respiro profondo, ha visto il sangue e si é impressionato, fa: boh, magari é perche` son passati venti minuti e ne perdo ancora. É il sistema vagale fa l’altra, se premo fa questo effetto. Strappa il nastro, butta l’ennesima palla di garza intrisa, riproviamo. Se premo a monte del taglio invece che a valle si ferma, dovrebbe essere una emorragia venosa, ma la trattiamo come una arteriosa. Ora é arrivato il medico, glielo dice e fa vedere, come fosse la prima cosa che tentava, il medico appena guarda, dice vabbeh e se ne va. Rimetti il nastro, schiena coscia schiena. Ora tiene, posso cenare: la minestrina!

La notte dormo poco, devo starmene fermo, un nuovo compagno di stanza russa piú degli altri, l’altro finisce l’eparina, suona l’allarme, fanno il rifornimento, un diabetico ha i brividi, che faccio, chiamo io l’infermiera? No, ha giá chiamato lui: gli dà una caramella, poi gli misura la glicemia, “246, orco, sputa la caramella!” Anche l’altra infermiera che era arrivata in soccorso con il latte zuccherato, delusa, lo butta via. Alle sei cambio di consegne tra gli infermieri, probabilmente tutti si svegliano, smettono di russare e finalmente dormo. Alle sette luci accese, siamo la prima stanza, nuovo giorno, nuova corsa, nuovo prelievo. Proviamo a togliere la compressiva, sembra tenere, ma resto disteso, titubante, l’infermiere mi sprona, ma con jiuicio. Mi vesto lentamente, libero dal pappagallo, posso andare in bagno, un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità, ok forse mi sono lasciato trascinare… Ormai é fatta, al pomeriggio posso tornarmene a casa”.

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Lupus frequentava il mio stesso liceo, tre classi più avanti: arrivava in corriera dalla profonda periferia e la mattina me lo ritrovavo prima delle lezioni seduto nel banco davanti al mio ad aspettarmi. Era bruttino, Lupus, diciamolo: alto e secco, con i capelli lunghi incolti, manco fosse stato un precursore di Kurt Cobain, e i brufoli. Per niente bello ed era pure una colla pazzesca, ma era simpatico. Si metteva seduto a cavalcioni sulla sedia ed iniziava a parlarmi. Scriveva sul giornalino della scuola e qualche volta, il temerario, aveva scritto persino di me.
L’anno scorso, senza minimamente poter sospettare che potesse accadere, ha avuto un’ischemia temporanea: per qualche minuto non riusciva a muovere il braccio e parlare bene. Dagli esami é saltato fuori un difetto cardiaco, il forame ovale pervio, che mette in comunicazione le due parti del cuore e normalmente si richiude da solo nei primi mesi di vita. L’alternativa all’intervento era seguire una terapia medica antiaggregante a vita, con i rischi e gli effetti collaterali conseguenti.
Lui ha scelto l’operazione, così ora ha questo ombrellino nel cuore.

Da ventidue anni ha una ragazza che lo ama, continua a fare sport ed è uguale a quando aveva diciott’anni.

21 Comments

  1. se fossi stato un vampiro forse mi sarei innamorato

    • rO rO

      Di Lupus?? Credimi, non è molto bello. E’ pure miope, miope forte.

        • rO rO

          Lui l’ha visto e l’ha scritto. Il titolo poteva far intuire l’argomento.

          • non è un problema, non avevo niente di intelligente da scrivere

  2. Che bello questo post!*__*
    L’amico che l’ha scritto ha un blog?

    • rO rO

      No, anzi, meglio se non lo dico in giro che gli ho copiato un testo che ha scritto per me e pochi intimi. E’ che l’aveva scritto così bene che ho pensato di condividerlo con voi. Poi magari lo faccio sparire tra un paio di giorni.

      • cmq mi è piacuto molto che lo hai postato a proposito di san valentino.

        • rO rO

          Ho pensato che parla di cuore, di vita, di cose in fondo che potrebbero riguardare tutti noi e di amore, visto che fortunatamente Lupus ha una compagna, e di amicizia, perché a quanto pare, dopo vent’anni, nonostante il fatto sia moltissimo che non ci vediamo, ha condiviso questa storia con me.

  3. Bello.
    Schietto e asciutto, senza fronzoli.
    Come una sala operatoria di un qualunque ospedale d’Italia.

  4. Veramente notevole è il post e Lupus è stato coraggioso. Vedere tutto, sentire tutto e non impressionarsi per tutto il sangue merita un plauso. Per come l’ha scritto ben dieci.
    Credo che gli sia andata bene, seguendo la traccia del post.

    • rO rO

      Sì, dice che sta bene.

  5. Giusto per sdrammatizzare, dovresti chiedere a Lupus se pensa di mantenere la brasiliana anche dopo che e’ stato dimesso, o se invece e’ piu’ orientato per una francese 😛

    • rO rO

      Domanda lecita. Io mi ero limitata ad abbracciarlo … vestito. Chiedo.
      (* francese? … come sono ignorante! E sì che sono cose che pratico. Ho dovuto cercare su internet e ho trovato anche dei disegnini molto chiari! )

      • Vedi che non si finisce mai di imparare? 😛
        (BTW, molto meglio che la brasiliana, IMVHO)

        • rO rO

          Ho chiesto: dice che torna uomo. E comunque sì, non si finisce proprio mai di imparare… i gusti dei blogger!

  6. ctrlshit ctrlshit

    Bravo Lupus… Bella storia… ma quindi l’anestesia non ha fatto effetto? Madonna che ansia!

  7. Grandi i My Bloody Valentine, avevo vent’anni ed ero innamorato di Natalie Merchant e Hope Sandoval

    • rO rO

      Natalie Merchant per me è una cassettina che mi aveva fatto un amico tedesco. Ah, sembra un secolo fa!

  8. a uno fa male un piede, ma non si preoccupa come per il cuore.
    forse perché ne abbiamo uno solo.
    (e parlo per esperienza personale)

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