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Meno male che c'è il mare

“Bisogna condividere il coraggio, non la disperazione”.La spremuta, come la marmellata descritta da quel cantante, quello genovese, a me va dritta fino al cervello. Domenica mattina: ci vorrebbe una spremuta di arance, vero?
Credo di essere stata a Genova solo una volta in passato, per andare a visitare l’acquario. Ci sono passata molto spesso però lì intorno, sull’autostrada, o potrei dire anche lì sopra, in aereo.
Ho difficoltà ad immaginarmi bene Genova, che nella mia testa è un puzzle di Ancona, Trieste e dei vicoli della Pigna di Sanremo. Soprattutto Genova è un insieme di canzoni e un umore puntiglioso e talvolta triste, di quel triste che tuttavia mi sembra abbia ragione d’essere e poi è quella cosa buonissima che è la focaccia. Se penso a Genova poi immagino anche una cucina non molto grande e magari vecchia, con una moka sul fuoco e una finestra spalancata che si affaccia sul mare.
Ecco, ha il mare Genova. E non è vero che c’è sempre il mare, come qualcuno, infastidendomi, ha scritto poco fa su una bozza di questo post pubblicata per sbaglio, perché da casa mia il mare non si vede affatto.

Genova ha il mare e ha anche un brillante attore.
Probabilmente ha anche tanti attori, ma quello a cui penso io ora si chiama Beppe Casales. Oh, sì, a farne nome e cognome così si perde un po’ di familiarità, sembra distante. Invece ho cenato a due tavoli da lui, l’ho guardato con la coda dell’occhio per un po’, prima che salisse sul palco. Lui forse guardava noi. E’ giovane e la sala era piena di un sacco di persone vecchie: chissà se c’è abituato? Quelli che Massimo aveva definito “radical chic”, termine che veramente non comprendo, per me erano solo vecchi, e mi sono chiesta del perché dell’assenza delle persone della nostra, mia, età.
Così il dott. Casales, oppure Beppe – non ho ancora capito in quale modo mi sento più a mio agio chiamarlo – era seduto con le mani a sostenergli la testa quando mi sono voltata per guardarlo. Chissà a cosa pensava? Forse ripeteva la parte nella sua testa, forse studiava il suo pubblico. Aveva un maglioncino rosso, barba e baffi e i capelli più corti di quelli che ha in molte foto su internet.
La discussione sul Chiapas con Massimo mi distraeva: quando inizia a discutere non c’è verso di non approfondire e così, tra un bicchiere di vino e troppi dolci, non ho più guardato verso sinistra.
Mi sono ripresa solo quando mi sono seduta lì al centro della fila, piuttosto vicina al palco, e lo spettacolo è iniziato.
Da tre anni Beppe Casales recita un monologo intitolato La Spremuta, in cui racconta la storia di Rosarno, della raccolta delle arance, della vita di due ragazzi che hanno la stessa età ma fortune diverse: uno è calabrese e l’altro nigeriano. Ci penserà Dio alle loro sorti? Parla anche di mafia, di ‘ndrangheta, di cose che io, detto molto sinceramente, non conosco affatto. Parlarne fa bene, come la spremuta d’arance.

Assistere ad uno spettacolo di teatro per me è sempre una forte emozione. Solamente quest’estate sono stata brevemente tra il pubblico di alcuni spettacoli pessimi, con attori scortesi e incapaci di essere comici quali si definiscono: fortunatamente è stato un caso isolato.
Il teatro, quando fatto bene, è un’esperienza unica, che ci fa sentire a casa e partecipi di una storia come se la vivessimo in prima persona: è un libro in tre dimensioni.
Mi dico sempre che dovrei andarci più spesso e forse quest’anno sarà così.

Beppe Casales è bravo.
E’ coinvolgente ed è stato capace di trasmettere con equilibrio di risate, seppur amare, e storie di vita infelice, ma reale e quotidiana, un invito alla comprensione e alla tolleranza.

Lo spettacolo La Spremuta si conclude così, con delle parole di Bertold Brecht:
“Avete ascoltato e avete veduto ciò che è abituale,
ciò che succede ogni giorno.
Ma noi vi preghiamo: se pur sia consueto, trovatelo strano!
Inspiegabile, pur se normale!
Quello che è usuale, vi possa sorprendere!
Nella regola riconoscete l’abuso e dove l’avete riconosciuto procurate rimedio”

22 Comments

  1. A cì, stai a diventà peggio de me… ma de che volevi parlà, de Genova, der mare, de l’aranci pe fa’ la spremuta, o de teatro? 😀

      • ro ro

        🙂

    • ro ro

      E io che pensavo solo di aver scritto di uno che mi piace… Sto invecchiando.

  2. oooo Beppe, avevo visto qualche anno fa uno spettacolo, parlava (benissimo, era bellissimo!) della guerra civile spagnola, ma poi a un certo punto diceva “che mica ci si può fidare, dei cileni!” Da lì a due settimane, mi sono trasferita a Santiago de Chile per un anno. Lo ricordo così 🙂

    • ro ro

      Confermo. Anche io l’ho trovato bravissimo e bellissimo. Ed è buffo, perché è basso, ma…. evidentemente io e te guardiamo altro.
      Ti invidio il trasferimento a Santiago. Deve essere stata un’esperienza incredibile. Hai potuto poi appurare che dei cileni non ci si può fidare? 😉

      • beh, di alcuni cileni non ci si può fidare, in effetti 🙂 soprattutto se sono uomini e ti spezzano il cuore.. Ma è solo che degli uomini che ti spezzano il cuore non ci si può fidare, no? Però l’esperienza, confermo, è stata incredibile!

  3. Ho un ricordo di Genova. Le ultime ore dell’ultimo giorno di una gita scolastica del Liceo passate al porto ad aspettare la nave per Porto Torres. Ci eravamo aggirati per il porto io e una mia compagna di scuola e c’eravamo anche persi. Un lavoratore del porto con una mini 90 ci ha visto soli e disorientati e si è offerto di riaccompagnarci all’imbarco per Porto Torres. Ho imparato che il porto di Genova è sconfinato. Avremmo perso la nave se lui non ci avesse aiutato. Quando siamo arrivati all’imbarco i nostri compagni stavano finendo di entrare nella nave, e mi ricordo che mentre salivano la scaletta si giravano per vedere se arrivavamo. Ci avevano coperto coi professori fino all’ultimo portandoci su anche le valigie che avevamo lasciato vicino a loro chiedendo che dessero un’occhiata.
    Ma se togli questo ricordo Genova per me è soprattutto fatta delle storie della gente del porto, di bambole, regine, ragionieri e dei marinai randagi raccontati da De André nelle sue canzoni. Quelle Anime fatte Salve che come diceva lui, anche se non sono gigli/son pur sempre figli/vittime di questo mondo.. .

    • ro ro

      🙂

  4. Hai pasticciato sul link di Beppe Casales, e non funziona (sono la prima ad averlo cliccato?)

    • ro ro

      Risistemo. Grazie.

  5. Di Genova avevo solo ricordi di racconti dello zio che lavorava lì nei cantieri navali. E allora io mi immaginavo enormi gru e piccoli carpentieri col caschetto e la canotta, tutti insozzati di grasso e con in mano martelli (che nemmeno Miley Cyrus in Wrecking Ball) che vanno avanti e indietro, su e giù a costruire queste navi, senza ovviamente saperne nulla di come si costruiscono le navi. Il cantiere è un altro di quei non luoghi dove il tempo pare fermarsi e gli uomini aumentare di numero con l’aumentare della costruzione. E questi uomini, io, me li immaginavo tutti con le braccia davvero corte (fantasie figurate di un bambino che interpreta a suo modo).
    L’Acquario mi ha portato davvero a Genova e oltre ai pinguini e gli squali, di cui mi sono innamorato, ho anche perso la testa per le stradine che salgono e scendono, per gli odori, a volte sgradevoli del pesce venduto in mezzo alla strada, e per i colori sbiaditi nelle facciate dei piccoli e tradizionali palazzi. Si sa, che di un posto non si può mai capire tanto finché non ci si vive e non ci si perde.
    E, per coincidenze strane, mi persi in mezzo alle stradine, che sapevo comunque portassero al mare se percorse in discesa, ed entrai in un bar, ordinai una focaccia al formaggio e quando mi sentii dire «da bere puoi prendere da te, lì alle tue spalle» io chiesi «gentilmente, vorrei una spremuta d’arance». Vecchi vizi, credo, che non andranno mai via.

    • ro ro

      Maddai! Vedi che caso simile!

  6. Di Genova ho diversi ricordi, un po’ sbiaditi a dire il vero, alquanto datati. Quindi non mi sbilancio più di tanto.Però rammento le contraddizioni di questa città, tra mare e monti, tra vecchio e moderno, tra strade ampie e vicoli stretti. E qui mi fermo.
    Di Beppe non dico nulla. Ne ignoravo l’esistenza prima di aver letto le tue parole. Però sei riuscito a trasmettere delle buone sensazioni. Non è poco.
    Spremute, Genova, attori, parole sono un ottimo condimento di questo post.

  7. Anche da me c’è il mare, però la sabbia è importata dalla vicina malesia, e la qualità dell’acqua con il porto vicino è un po’ orribile…

    • ro ro

      Direi che siamo a livello di Porto Marghera. Forse però potresti trovare qualche strana creatura marina.

  8. ci sono stato a Genova, più volte, mi è piaciuta, ma meno che mai rispetto agli altri luoghi che ho girato, non ho quasi avuto a che fare con genovesi, solo con trapiantati o figli di trapiantati. Non mi sono reso conto di com’è la gente, e perciò quel posto posso dire di non averlo visto

  9. Amo Genova ed i Genovesi con cui ho trascorso tanti momenti lieti in quel di Arenzano.

    I vicoli del centro storico più grande d’Europa hanno un fascino particolare specie se vissuti sulle note delle canzoni del grande Fabrizio De André.

  10. Erre Erre

    Il teatro è sempre un’esperienza bellissima, un po’ come me e Beppe. 😛

    • ro ro

      Pensa che mi hanno invitato ad andare a vedere uno spettacolo teatrale anche domenica prossima!

  11. Viole (5/5) | FarOVale Viole (5/5) | FarOVale

    […] lo so, ma chi legge questo blog da un po’ dovrebbe sapere che credo fermamente che si debbano condividere le cose belle, perché tanto nelle brutte ci incappiamo anche senza andarcele a cercare. Quindi, […]

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