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Le infinite porte di Hermann Hesse

Le labbra proporzionate, lo sguardo profondo, gli occhi incavati, le sopracciglia segnate a metà, il naso aquilino, proporzionato, il collo lungo, la postura elegante. Sì, Hermann Hesse in questa foto mi piace molto. Il taglio di capelli forse all’epoca era di moda.
Temevo di trovare una foto in cui lo scrittore che tanto amo non avesse l’aspetto che creava nei miei pensieri. Avevo visto delle foto di lui anziano, ma ancora nessuna da giovane. Nelle immagini più recenti mi pare di scorgere in lui quel sentimento pacato che deve aver ereditato dai genitori, dal nonno e dal padre missionari in India prima che lui nascesse e dalla madre, figlia anche lei di un missionario.
In questa foto invece vedo altro, vedo un giovane uomo tenace, focalizzato sulla sua meta, e intravedo un sorriso, come chi sa che la sta per raggiungere. Ma chissà invece cosa pensava Hermann Hesse quel giorno, mentre gli scattavano questa foto.

Pare che avesse lottato parecchio con i suoi genitori e con se stesso per quella ricerca di identità che poi è stata alla base dei soggetti dei suoi racconti. A quindici anni era depresso e oppresso dalla scuola religiosa in cui era stato mandato a studiare e tentò il suicidio. Significa che era il 1892, era a Göppingen, vicino a Stoccarda, in Germania e forse non era un posto allegro.

La scrittura di Hermann Hesse mi affascina profondamente: mi piace il filo logico che mantiene nei testi nonostante l’inserimento di sogni nella trama. Trame estremamente reali e vivide scorrono attraverso e dentro nuovi paesaggi lontani che solo in un sogno potrebbero realizzarsi, eppure a leggerli paiono concreti. Nessuno come Hermann Hesse é in grado nella mia testa di creare nuovi ambienti, scatole e passaggi tali da farmi riprovare la sensazione di quei dieci secondi in cui mi sono appena svegliata e ancora non so se quanto ho intorno è il sogno e se il sogno era la realtà o viceversa. Lui dà espressione ai miei pensieri quando trovo dicotomie nei caratteri umani, in me stessa: riesce nei suoi testi a scrivere quello che per me è un impalpabile sentimento. E’ come se fosse il compositore di una musica che riesco solo a canticchiare e non tra le labbra, ma nella testa.
Amo Hermann Hesse perché è il professore rigido che descrive la vita e come il mondo vuole che ci si comporti in essa ed è lo stesso che ammette, senza però scivolare in brillantina e magia, che un vento soffi un profumo diverso nell’aria e compaia un teatro fatto di porte e dietro ad ognuna di esse sta un nostro diverso io, giochi complessi per menti che non hanno confini seppur ci siano delle regole, balli confusi di gente in cui rivivere le nostre esperienze giovanili e in cui far ribattere il cuore che spera di provare nuovamente quei percorsi di perdita del tempo ed ebbrezza nel sangue.

“Questo è il nostro teatro,” spiegò Pablo “un teatro piacevole, e spero che ci troverete molte occasioni di ridere”. Così dicendo scoppiò in una risata breve, ma tale che mi scosse da capo a piedi: era quella stessa risata squillante ed enigmatica che avevo udito prima dall’alto. “Il mio teatrino ha tanti palchi quanti volete, dieci, cento, mille, e oltre ogni porticina vi attende proprio quello che state cercando. E’ una bella galleria di quadri, caro amico, ma non le servirebbe passare nel suo stato da uno all’altro. Sarebbe ostacolato e abbagliato da quello che lei è avvezzo a chiamare la sua personalità. … Perciò la invito a sbarazzarsi di quelle lenti e a deporre, per favore, la sua rispettabile personalità qui nel guardaroba dove rimane sempre a sua disposizione.”

Quando penso a quello che ho letto di Hermann Hesse mi rallegro del fatto che ho ancora molto da scoprire. Sarei curiosa di conoscere i suoi figli, Bruno, Heiner e Martin, i suoi nipoti; mi piacerebbe sapere se qualcuno di loro ha ereditato quello sguardo. Vorrei anche sapere cosa in Hermann e nella sua prima moglie li ha divisi; lei aveva nove anni più di lui ed era realmente questo il problema? Forse sì. Eppure anche con la successiva compagna, di vent’anni più giovane, qualcosa non andava. Ce ne fu tuttavia anche una terza.
Rifletto talvolta sull’opportunità di avere compagni che hanno un’età vicina alla nostra e penso anche spesso che ci sono persone che nella vita riescono ad avere più compagni e che sentono sempre come eterni; altri invece no, non ne hanno nessuno.
Leggere Hermann Hesse imprime in me una certa concretezza nell’esistenza del mio compagno: io non ho un compagno eppure so che c’è. Non so dove, ma c’è. E’ come l’Hermine di Hermann, è come la Dominique Francon di Howard Roark. Quello che sento io è che esiste un mio simile e mio opposto, complicato e semplice quanto me, in tensione e libero, con infiniti se stessi e che, seppur con tali infinite porte, ha un suo corrispettivo solo in me.

Quanto ho letto della vita successiva di Hermann Hesse sono momenti di sofferenza, depressione, elettroshock, Jung, conflitti interiori, e mi pare di vedere questi dolori nella sua espressione da anziano: perché tutti noi mostriamo sul viso e nel corpo segni dei sentimenti che abbiamo provato negli anni. Lui era diventato vegetariano e nelle foto è magro, come i vecchi a parer mio non dovrebbero essere, impegnandosi invece a mantenere una certa rotondità. Morì a ottantacinque anni di leucemia e non ho idea se fosse un uomo buono o per niente.

La copertina del Lupo della Steppa che ho comprato ha una scritta sul retro: “Nell’eternità, vedi, il tempo non esiste; l’eternità è solo un attimo, quanto basta per uno scherzo.”
Questa frase mi suona così familiare.
“La vita è un bluff”, sono le ultime parole che ho sentito pronunciare anni fa da una persona in punto di morte.
Ci penso spesso. Le piaceva il giallo, l’arancione.

Certo, la foto forse dovrei rifarla con il libro qui, a casa.

6 Comments

  1. Gran bel post. Mi piace Hesse, il suo libro che apprezzo di più e Narciso e Boccadoro. Ciao e buona domenica!

    • ro ro

      Grazie e buona domenica anche a te!

  2. Mi sono entusiasmato con Siddharta, ho continuato con la raccolta di racconti e tutte le altre sue opere, decisamente uno dei miei scrittori preferiti….bello questo post e questo posto.

    • ro ro

      Lo sai che il nostro divano é qui perché vi ci mettiate comodi.

  3. flampur flampur

    Forse pensava alle regole del giuoco delle perle di vetro. Un gioco senza regole, come la vita, dove le regole si scrivono e si cancellano giorno per giorno… eccolo spiegato allora quel sorriso abbozzato…

    • ro ro

      Forse sì, potrebbe essere in effetti. Chissà che il testo di quel libro, l’argomento, lo avesse in testa e nel cuore sin da giovane!

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