Ad Agosto si muore

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Ad Agosto si muore, veramente, non di caldo. Il periodo dei morti per me è l’estate, e maggiore è il caldo, secco o umido, non fa differenza, torrido di quelli che non puoi appoggiare una mano sull’auto e i vestiti ti si incollano sulla pelle per il sudore, maggiore è la sensazione che ci sarà un funerale. Perché in autunno si sta freschi, in fondo c’è sempre un termosifone a scaldare la casa, la camera da letto, se uno sta male. In estate no. Regolarmente da qualche anno sono obbligata a vedere una cassa da morto, aperta o chiusa che sia, secondo i costumi.
Arriva un messaggio, perché siamo moderni, una telefonata, si rientra dalle ferie, si ascoltano i pianti, si vedono gli occhi rossi e gonfi di lacrime, le spalle curve, si passa quel periodo di limbo in casa in cui la gente va e viene in mezzo ai silenzi e le frasi scontate, prima del funerale.
Veglie di preghiera volute da chi rimane anche per chi non crede in Dio. Certo, poi ci sono anche le eccezioni: nessuna preghiera, nessuna messa cantata dal coro di femmine di mezza età e oltre, niente chiesa affollata come allo stadio in curva e gente fuori come al botteghino per un eccezionale concerto.

Mercoledì alle tre e un quarto ero dalla Bona, in uno di quei paesini in cui le persone hanno nomi strani, insoliti.

Tutti in silenzio, in piedi, in cerchio, la Bona seduta su una seggiola, il caminetto acceso, un cesto di funghi a terra su un lato, e la bara al centro, senza fronzoli, giusto giusto due ginestre scure.
Bene.
La Bona si sveglia quando mi vede entrare e mi chiama a sé: mi prende la mano e la stringe come farebbe una bambina o un’amante che vuole essere amato. Io gliela tengo e rimango lì, un po’ in piedi affianco con l’altra mano sulle sue spalle e un po’ accovacciata, perché a star su mi sembra di offenderla. In quel momento credo di aver provato la sensazione della privilegiata. Che sciocchezza! Me ne sono vergognata. Eppure mi stringeva e non mi mollava, suppongo con l’idea che io sia quella forte che può sostenerla.

Aveva dato tutte le disposizioni, da come dovevamo vestirci a dove posizionarci.
Camminavo dietro a mio padre, che indossava dei ridicoli occhiali scuri a goccia, dietro la bara, in processione, proprio come si vede nei film. L’ho pensato mentre ero lì che era la prima volta che mi accadeva una cosa del genere: panorama favoloso, verde da tutte le parti, rigoglioso, carico di frutti, il cielo azzurro intenso, non un alito di vento e la bara di legno chiaro, con dentro Cirillo, morto per un caso inaspettato della vita.
La camicetta mi si incollava addosso: voglio vedere, con il caminetto acceso in Agosto e il sole a picco!

– “Mi fai avere quel curriculum?”
– “Sì, te lo mando. Poi dimmi se va bene”
– “Sssss, non si parla, dai. State zitti!”.

E c’è sempre qualcuno in divisa anche ai funerali. Mi chiedo sempre se i carabinieri poi fingono, se sono tutti cristiani o che altro, nella loro divisa nera, camicia bianca, maglietta della salute e cappello (fuori). Guardavo il colonnello che avevo davanti e mi chiedevo quanto ci crede nella religione. Forse lui sì. E il generale? Chissà.

Una cosa che non riesco proprio a digerire è la folla che si riversa a baciare i parenti del morto e far le condoglianze fuori alla chiesa. Ricordo ancora quando successe a me, anni fa, di venire stretta da gente che neanche conoscevo. La sequenza andò avanti per una buona mezz’ora, sul piazzale della chiesa. Io non volevo affatto essere baciata e stretta. Mi sembrava tutto così ipocrita. La stessa cosa è stata l’altro giorno, ma io ero ai margini, vicino al campanile che ancora suonava, dietro qualche centinaia di persone, chiuse a cerchio. E poi non ti ricordi neanche chi c’era e perché.
Non reagiamo tutti allo stesso modo, certo.

– “Stai bene?”
– “Sì, ho solo caldo. Bevo un po’ d’acqua.”

Wake. Si chiama wake in inglese la festicciola in casa che si organizza dopo un funerale. L’ho imparato di recente. Pare che nel Regno Unito si beva anche della birra, per godere di quell’amaro stato d’animo e fisico alticcio ma non ubriaco. Effettivamente avevo visto qualcuno mettere due bottiglie di vino in frigo prima della cerimonia.
Ero al funerale, poi a casa, poi al telefono in auto, e pensavo che forse ha ragione mio padre quando dice, pur credendo in quel Dio – e non so se per paura o dovere – che siamo solo energia e che dopo la morte non c’è proprio niente.

La prima volta che ti muore qualcuno vorresti che le lacrime che versi, il male che senti, potesse far cambiare la storia. Poi continui a star male e non succede nulla di ciò e impari che cos’è il “per sempre“. Lo impari ancora meglio poi, quando anche altre cose vanno male e per sempre e mandi al diavolo i giapponesi con la loro teoria del versare oro nelle crepe.
Ogni tanto è bene ricordarselo, contro ogni smemoratezza selettiva, perché ti aiuta a sentire meglio tutto il resto, a considerare cosa è importante e cosa no, e si sa, ciò che conta veramente è quello che è invisibile agli occhi.
Pensarci troppo invece non va bene. Si rischia di impazzire.

Soundtrack: Talking Heads – Psycho Killer

La vera storia di Bruno Filipponio

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Ne hanno scritto da diverse parti ma noi abbiamo prova tangibile diretta: una lettera originale giunta da Bruno Filipponio.

Chi è Bruno Filipponio? Un richiedente libri della provincia di Salerno?

Poco tempo fa è giunta anche a me ai confini dell’Impero, una lettera con regolare affrancatura, proveniente da Bruno Filipponio.
La busta, sulla patellina di chiusura, riporta il suo timbro:

FILIPPONIO BRUNO
Via Antica, 2
84090 – Filetta
(SALERNO)

La lettera è firmata a mano, così come la busta a me indirizzata.
Trovare i miei riferimenti per il catalogo in questione non credo sia stato facile. Il signore in questione deve aver sicuramente effettuato una ricerca attraverso internet, riferendosi alla società per cui lavoro, per poi verificarne l’organico. Mica cosa da vecchietti! Quanti anni avrà Bruno? 

La lettera, scritta a macchina presumibilmente anni ’80 e non pezzo d’antiquariato, ha un lessico garbato e ossequioso, anche un po’ pomposo, come non si usa più, e fa appello ai miei buoni sentimenti per omaggiarlo di una copia di un catalogo d’arte, per altro acquistabile anche online per meno di 40,00 euro, spedizione esclusa.
Dopo una prima lettura, sorridendo sicuramente, era chiaro che trattavasi di una lettera standard, modificata poi nel titolo dell’opera da richiedere, con scambio reciproco – a me sarebbe toccato il volumetto stampato nella metà del ‘900, caro ricordo di famiglia “Pironti: Osservazioni e chiose sul vernacolo e dialetto (Napoli) – ho iniziato a chiedermi chi poteva essere il sig. Bruno Filipponio.

Il libricino di Pasquale Pironti è lo stesso promesso a innumerevoli dottoresse, vista la copia delle stesse lettere, contenenti le stesse informazioni, che ho trovato in rete. Possibile che il caro reperto di famiglia fosse poi sempre ritornato alla base? La Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele III ne ha una copia, per chi fosse interessato a capire di cosa si tratti.

Il Sig. Filipponio non risulta sull’elenco telefonico.

Dopo un po’ di indagini ho scoperto che il sig. Filipponio, al quale in un iniziale momento di gentilezza stavo per spedire quanto supplichevolmente richiesto, sta richiedendo un catalogo dopo l’altro a diversi soggetti e internet racconta che la prassi va avanti da molti anni.
Così ho ricordato che tempo fa per lo stesso catalogo avevo ricevuto anche un’altra richiesta, da una studentessa, a cui avevo rifiutato l’invio perché non ero al momento in possesso del testo. Non sarà forse la stessa studentessa o un’intera famiglia di mariouoli?

Vi allego la copia della lettera:

Bruno

 

Vi siete chiesti anche voi se esista poi una casa a quell’indirizzo? Io sì. Ebbene, secondo Google Maps, se non ho sbagliato l’impostazione, è una casetta a tre piani, dipinta di verde menta, non lontano da un mozzarellificio (cosa che noi tutti apprezziamo).

viaantica

 

A questo punto ulteriori domande nascono spontanee:
– dove terrà tutti i testi?
– ha una partnership con una libreria locale?
– il postino cosa ne pensa?
– il Caseificio Di Capua e Figli conoscerà il sig. Filipponio?
– gioca a Tennis il sig. Filipponio?

Non riuscendo a rispondere a tutte queste domande, mi sono lanciata in un’ulteriore ricerca informatica, riuscendo a trovare quanto segue: un sig. Bruno Filipponio, 74 anni di san Cipriano Picentino, ha un account su Libero. … ma Google Maps dice che ci sono ben 5 km di distanza da Filetta.

Un altro buco nell’acqua?

Rimane un mistero.

 

 

Dai confini dell’impero al centro dello stomaco

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Così qualche giorno fa non ho saputo più che scuse inventare e sono andata a Napoli.

Avere dei parenti meridionali, dove Meridione rievoca sempre il concetto del Regno delle Due Sicilie, la Salerno-ReggioCalabria, il complesso di chi vive a Nord ma non vuole essere accusato di razzismo e separatismo e quindi tace, significa poter essere ospitati con grande generosità e rientrare alla base sotto una forma diversa, più tonda.

Il programma era stato reso noto da tempo, praticamente molto molto prima dell’abilitazione al check-in, quindi più di un mese prima dell’arrivo: – giorno 1) scavi greci e romani
– giorno 2) Procida
Se non fosse che le macrovoci portavano con sè un menu.

Faccio parte di una stirpe che ancora non sveglia del tutto, girandosi pigramente sul letto scricchiolante, volgendosi verso il proprio indolenzito compagno, biascica qualcosa del tipo “Ti va bene pasta e patate o vuoi due spaghetti con il pomodoro per pranzo?“. E mentre l’altro ancora è nel dormiveglia, tu sei lì già pronta a cacciare dal frigo qualsiasi cosa sia commestibile per la colazione, aspettando che il caffè salga dalla moka.

Mangia un po’, dai, ché hai bisogno di energie!

E’ qualcosa che ci si porta dentro con l’educazione: i genitori ti insegnano a lavarti le mani e che parlare di cibo è l’argomento principe. Si parla di cibo, si organizza il cibo, si cucina cibo, se ne discute nel mentre e poi, ci si gode quanto preparato magari ancitipando un prossimo nuovo piacere del palato.

Andare a Napoli, secondo i miei parenti, prevedeva la definizione di un programma come segue:
Giorno 1)

  • caffè con crema preso in piedi in piazza X nel bar che, unico del paesello, sa farlo così con la macchina con le leve
  • aperitivo casalingo con vino frizzante extra dry e olivette tonde napoletane, patatine, zucchine fritte, gamberi fritti
  • 120 gr. di pasta tipo mezze maniche con gamberoni nel pomodoro
  • torta della zia
  • caffè
  • ciliegie giganti qualità Ferroviere, albicocche giganti, altra frutta varia sempre gigante

Termine pasto ore 15.30-15.45. Pausa pisolo fino alle 17.00. Caffè. Plum cake bicolore della zia con pennellata pesante di Nutella.

Scavi greci e romani.

  • Pizzeria rinomata: frittura mista, birra da mezzo, sformato di melanzane, supplì, mozzarella, pizza, dolce.

Capirete che il centro di tutto è il cibo, che al sud è buono, perché sanno cucinare e perché gli ingredienti sono sempre eccellenti.

In un posto in cui niente è sicuro, mangiare diventa un’àncora.

Il cibo, buono e bello, c’è ed è un tale conforto!
E la cucina è anche un’arte, ti permette creatività e concretezza: non si sa niente di un piatto fintanto che si ignora l’intenzione che l’ha fatto nascere (cit. Daniel Pennac).
C’è bisogno, al Sud probabilmente più che al Nord, di certezze: il cibo appaga lo stomaco e poter organizzare un pranzo, una cena, un’aperito, mette alla prova le nostre qualità, che non sempre al lavoro trovano uguale soddisfazione nel risultato o libertà di azione.
E poi esiste la certezza della bontà del cibo nel meridione: più che in altre parti d’Italia esiste una tradizione familiare così radicata che consente a quasi chiunque di conoscere la tecnica, le modalità di presentazione e il contenuto dell’offerta: deludere un ospite è veramente difficile.

Basta una mozzarella campana, due pomodori rossi tagliati a fette e del rigoglioso basilico per far felice un ospite.
mozzarella e pomodoro

Nel qual caso, in qualità di ospite, s’era previsto per il mio

Giorno 2)

  • colazione abbondante con biscotti vari
  • lingua di bue e caffè con crema alle 11.00 sul porto di Procida
  • ristorante (la cui selezione preventiva è durata giorni e innumerevoli telefonate di confronto con parenti e amici) per polpettine di pesce spada e melanzane, sformatino di verdure, assaggio di piovra, 100 grammi di tagliolino con i ricci di mare, frittura mista, insalatina verde, frutta, amaro della casa
  • granatina al limone
  • puntatina in pasticceria per vassoio di pastarelle miste (sfogliatelle ricce su tutto)
  • cena con mozzarella di bufala, meglio se da mezzo chilo, pomodoro, pane, olio a volontà
  • dolci e vino

E chi fa parte di una famiglia come la mia elabora dei pregiudizi per chi non mangia, non cucina, non va al ristorante o lascia le cose nel piatto. La cucina è poesia, e se non ti piace la poesia, la cucina è una passione.

Non paga dei miei due giorni napoletani, nel rientro, in aeroporto, ho fatto una piccola scorta di mozzarella e sfogliatelle. Il pane invece era già ben insacchettato nella valigia.

 

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